Français : Scan d'une photographie prise en 19...

Ho fatto conoscenza con il babywearing -ossia il portare i bimbi- negli anni che ho vissuto in Nord America, o, pensandoci bene, forse non esattamente.

Una sera ho visto una donna bellissima (platinum blond e alta tale fosse una indossatrice), con appesa una ‘sacca’ finemente cucita e una piccola manina che spuntava da lì dentro, e sono rimasta talmente stupita che non ho avuto modo di fermarla e chiedere altro. Giorni dopo, con quella immagine  ancora impressa nella mia mente, mi sono ricordata che avevo già vista questa modalità di (tras)portare, anzi l’avevo visto durante grande parte della mia infanzia e adolescenza; le mamme indigene, le mie compatriote, portatrici di bambini per eccellenza!  E ho pensato come è incredibile che, in una società moderna come questa in cui viviamo, il portare sembra quasi una innovazione. Mentre, invece, è del tutto arcaico, antico, naturale ed istintivo.

Per una coincidenza delle stelle, ho rivisto per strada quella bionda mamma e stavolta l’ho fermata per farle due domande. Sembrava poco colpita dalla mia curiosità, e mi ha soltanto detto che ciò che usava per portare il bebè (e andare a cena fuori con il gruppo di familiari che l’accompagnava) si chiamava Babysling.

Baby-sling, b-a-b-y-s-l-i-n-g, babysling. Chissà per quale motivo, ho tenuto quella parola dentro di me, come un piccolo tesoro, nel lontano 2005, quando la mia vita era tutto un’altro mondo.

Anni dopo, già sposata e trasferita a Roma, ho ospitato in casa una amica del tempo delle superiori, che non vedevo da 11 anni. Venivano dalla Spagna -dove il marito era trasferito per lavoro- a farsi un weekend lungo in Italia, e abbiamo approfittato per aggiornare le chiacchiere (luuuunnnggghheee, insomma, era da troppo tempo che non ci sentivamo!), e per conoscere, allora, il marito e il piccolo figlioletto, all’epoca con poco più di 3 anni.

Ci ha subito colpito il loro approccio con il piccolo. Erano sempre tranquilli, pazienti, dolci, disponibili e rispettosi. Beh, come tutti i genitori dovrebbero essere, ho pensato, ma sono rimasta sorpresa dal quanto ammiravo il loro modo di porsi, eppure era qualcosa di assolutamente spontaneo. In quel periodo pensavamo che magari entro l’anno seguente, ci saremmo messi in cantiere per diventare genitori anche noi, e abbiamo fatto tesoro di quel weekend ‘di prova’; dei giorni che ci hanno dato la possibilità di spiare da vicino, come da un buchetto di serratura, ciò che avremo potuto vivere. Poco dopo, studiando dei testi che mi aveva inviato questa stessa amica, ho trovato un mondo d’amore chiamato Attachment Parenting. Che mi ha dimostrato essere tutto ciò che già pensavo e sentivo, ma che non aveva un nome preciso per me.

Quando un’anno dopo mi scoprii incinta, ho contattato questa amica -ormai ritornata in Brasile- che mi ha consigliato subito di leggere una serie di libri secondo la sua opinione essenziali (libri sul concetto naturale che è l’Attachment Parenting, che prometto approfondire!), mi ha inoltre linkato alcune pagine da vedere, spulciare, curiosare, e farmi delle idee; inoltre finii per segnalare questa pagina ad un’altra amica che poco dopo mi regalò quello che sarebbe diventato il mio miglior amico: il Babysling 🙂 Inutile dire con quale gioia il mio pensiero si è connesso tra le mamme indigene, africane, orientali e la bionda americana!
Lo sarei diventata anche io una mamma che si porta il suo bebè addosso, ed ero emozionata.
Poco dopo, alla primavera seguente, nacque baby M.
Insieme ad un vortice di nuove sensazioni, quei meravigliosi foulard finemente rifiniti e cuciti a degli anelli ci “allacciavano” alla nostra piccolina.

Sempre vicini, sempre abbracciati, sempre pronti a riempirci di baci, heart-to-heart.

E fu soltanto l’inizio.

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